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Il meglio dell’elettronica internazionale è di scena questo fine settimana a Torino per il 13° Movement Torino Music Festival. Un appuntamento, da anni il più partecipato format autunnale d’Italia, che tra venerdì e sabato porterà sul dancefloor del Lingotto Fiere oltre 20 mila persone – ma sono almeno il doppio se si considerano anteprime, seminari e appuntamenti “on the road” con vari dj set diffusi per la città – per scatenarsi con alcuni dei più grandi performer mondiali. Protagonisti della scena contemporanea come Joseph Capriati, Solomun, The Martinez Brothers e Ilario Alicante, leggende come Derrick May e Underground Resistance, maestri del “live” come Jon Hopkins, KiNK e la star eporediese Cosmo, e le più apprezzate dj del momento, da Amelie Lens e Ellen Allien, passando per Nina Kraviz e Charlotte De Witte. Il cugino italiano del leggendario Movement di Detroit abbandona la tradizionale collocazione del 31 ottobre per evitare la concorrenza dei grandi festival americani e permettere un maggiore afflusso di stranieri. Una scelta che si sta dimostrando vincente con ben 35 paesi rappresentati tra il pubblico (erano 20 la scorsa edizione) che invaderà il Lingotto. “L’obiettivo è fare di Movement l’appuntamento europeo di chiusura della stagione dance” spiega Maurizio “Juni” Vitale, figlio del Maurizio Vitale che creò la Robe di Kappa e papà di Movement e del gemello Kappa FuturFestival.

50mila presenze da 89 paesi per il Kappa, 40mila da 35 attesi per Movement. I suoi festival godono di ottima salute, no?

Segno che stiamo lavorando bene. Ma sono due manifestazioni molto diverse. Il Kappa è figlio di una serie di coincidenze, dalla location, al periodo dell’anno, al fatto di essere diurno, che lo rendono unico sul panorama internazionale. Movement, anche se è più vecchio, è meno “pop” e mi piaerebbe che rimanesse così. Una perla underground di eccellenza.

Qual è il segreto di questo successo?

Siamo nati e cresciuti senza contributi pubblici, a differenza di tante manifestazioni che ora con meno soldi faticano ad andare avanti, e ci siamo costruiti un nome e una credibilità puntando su musica underground ma con un’organizzazione “emersissima”: bilanci trasparenti, interazione col territorio, rispetto delle regole e digitalizzazione.

Parlando di digitalizzazione, siete stati tra i primi ad adottare un sistema di pagamento digitale all’interno dell’area del festival. Siete dei pionieri?

È uno strumento di cui tutti prima o poi dovranno dotarsi. Bar, ristoranti e negozi all’interno del Kappa e del Movement accettano solo le paycard che possono essere acquistate e ricaricate alle casse o, novità di quest’anno, direttamente dal sito con 8 euro di bonus ogni 100 caricati. Ma non siamo noi a essere pionieri, sono gli altri a non considerare la digitalizzazione come una priorità. Purtroppo nel nostro settore manca completamente la cultura d’impresa e fino a quando si ragionerà così non andremo da nessuna parte: non serve a niente avere i migliori dj se non c’è tutto il resto e li si paga con i soldi pubblici.

Guardando la lineup, però, i “migliori dj” non mancano.

È una conseguenza di come abbiamo lavorato, mettendo un mattoncino dopo l’altro. Quello che vogliamo offrire è un intrattenimento intelligente perché è importante permettere ai nostri giovani di essere sé stessi ed esprimere anche la loro parte trasgressiva. Ma in un contesto intelligente.

Quello dell’elettronica è un settore in forte espansione. Come ha avuto l’intuizione, nel 2006, di puntare sui festival di questo genere?

È un mondo che ho avuto modo di conoscere quando lavoravo con la Kappa. Poi ho incontrato Luigi Mazzoleni che aveva una passione smisurata per l’elettronica e abbiamo scelto di puntare sugli spettacoli dal vivo. Avevamo immaginato che questo movimento potesse crescere molto e abbiamo avuto ragione.

I festival sono il futuro della cultura?

Non c’è modo migliore per fare stare insieme la gente e creare legami. Si dice che Ryanair abbia unito l’Europa più della UE. Oggi la Ryanair siamo noi.